Provoke

Vi racconto la nouvelle vague giapponese in mostra al BAL di Parigi,

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Shomei Tomatsu, « Blood and Rose », 1969

Provoke è una rivista pubblicata tra il 68-69, oggi riconosciuta come perla maggiore della fotografia. Pubblicata quindi per soli due anni, in tre numeri la rivista opera una rottura radicale, sia estetica che teorica. Il colettivo di artisti che se ne é occupato, ha polarizzato il meglio della creazione sperimentale giapponese di quegli anni, puntando sui fotografi più sovversivi che, documentavano i movimenti di rivolta sociale ma anche lo sviluppo di nuove pratiche artistiche, azioni e performances nello spazio pubblico. L’obiettivo dei curatori, è stato appunto rendere conto dell’effervescenza e della radicalità di questo gruppo creativo.

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Shomei Tomatsu, « Oh! Shinjuku», 1968

La mostra esplora il contesto d’apparizione di provoke; le profonde metamorfosi della società giapponese, le molteplici ribellioni contro lo stato e contro il trattato di sicurezza con gli Stati Uniti … la pubblicazione della rivista, interviene allora in un momento di  profonda disillusione. Manifestando il legame arte-reistenza, nasce un estetica “sospesa” tipica della fotografia giapponese d’assalto, dedicata alla confusione, alle immagini sgranate catturate nei cortei. S’impone un linguaggio grezzo, che spinge la fotografia ai confini del leggibile.

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Osamu Nagahama, « The island of long hot nights », 1972

Nel contesto di una società consumistica feticista, dove la proliferazione d’immagini mediatizzate rende virtuale ogni realtà, dove l’arte é strumentalizzata, raffigurare l’impossibilità di rappresentazione, onorare l’assurdità, privilegiare il chaos, sono i soli gesti possibili. Si tratta di una strategia di auto-rappresentazione sovversiva.

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Kazuo Kitai, « Teiko » (resistenza),  1965

Se riesco a cambiare il mio stato d’animo, se riesco a cambiare me stesso, allora le mie fotografie possono cambiare colui che le osserva.

~ Ryuichi Kaneko

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